RIOT GIRL:significato e origini
Si riparla di riot-grrrls (rrragazze terrribili), sette anni dopo la
piu’ rumorosa rivoluzione femminista/femminile dai tempi
delle "streghe" del post-68 europeo e dei campus statunitensi. "Every
girl is a riot grrrl" era il motto, basato sull’idea di fondo
che la solidarietà "tra ragazze" potesse rovesciare il
totalitarismo maschile nel rock come in qualunque altro campo della
cultura. Rivoluzione vinta, ma anche (come qualunque altra rivoluzione
passata per le stazioni dei media) velocemente riassorbita
nell’ennesimo "stile" di facile consumo (una gonna a fiori,
un paio di anfibi, un disco delle Hole...). Cos’è
rimasto oggi, dunque? Cosa c’è di nuovo che
già non sapessimo? Intanto un paio di nomi, Donnas e Kittys
ad esempio, che tanto per cominciare non sentono così ovvia
la continuità con le "riot-grrrls" di sette anni fa. Il
rapporto con il mondo ed il proprio corpo non sono quasi più
per nulla una questione, come si diceva un tempo, "politica". Le nuove
riot-grrrls sono post-politiche di brutto: se ne fregano della
"differenza" cosi’ faticosamente circoscritta dalle loro
sorelle maggiori e - se comportarsi "da uomini" puo’ aiutare
ad emergere - semplicemente lo fanno, superando a destra tutte le
Courtney Love e le PJ Harvey. Il mondo è uno schifo, no?
Quindi tanto vale puntare dritto al divertimento, e in particolare a
quel serbatoio idealizzato di divertimento "archetipo" che sono gli
anni del liceo (e gli "anni del liceo" della societa’
americana tutta intera, cioe’ i primi anni Ottanta delle vvGo
Go’s, di Ally Sheedy e di Breakfast Club). Quello che viene
fuori è praticamente Amercan Pie, versione riot-grrrls Y2KI.
Se l’idea era quella di superare i ragazzotti maschi sul loro
stesso terreno, beh... battaglia vinta?!?Chissà. Certo: qui
da noi il confronto con l’unica riot-grrrl possibile -
Cristina la bagnina, che sbaraglia i Rambo e le cover-girl del Grande
Fratello facendo slalom tra le nomination fino al gran finale ed alla
trasformazione da sedotta & abbandonata a trionfatrice
mediatica - è, purtroppo, impietoso per chiunque...
Riot-grrrlismo di ritorno, dunque, dopo che dell’estetica (e
forse pure della sostanza) riot-grrrl se ne sono appropriati un
po’ tutti, ma soprattutto i responsabili dei casting per la
moda. Chi sono state, difatti, le varie Stella Tennant e Kate Moss se
non le sorelline ripulite e su larga scala di Huggy Bear e Bikini Kill?
E PJ Harvey, fotografata da Juergen Teller in un celebre servizio del
1995 tra letti disfatti e scatole di scarpe, mandava esattamente lo
stesso messaggio: anoressia come azzeramento del genere sessuale (come
da breviario punk) ed una sensualità che nasce,
faticosamente, dalle ceneri dei parametri universalmente condivisi
della femminilità. Per non dire della Cameron Diaz di Tutti
Pazzi Per Mary, che con tocco già compiutamente post-riot
modellava il ciuffo biondo con lo sperma dello spasimante di turno...
"La sessualità resta l’arma più
sovversiva delle donne" teorizzava Courtney Love nel momento di massimo
hype per il movimento. Verissimo, ma per il resto un paio di tette
è pur sempre un paio di tette, e a dirla un po’
cinicamente sono pur sempre le tette che fanno andare un video in
heavy-rotation su Mtv. E allora, chi ha sfruttato chi, alla fine della
giornata? Ecco perchè, a questo nuovo giro di boa, qualunque
tentativo di ripercorrere le strade già note dell’
"utilizzare in chiave femminile le regole dettate
dall’industria maschile" (o peggio ancora
dell’adottare linguaggi maschili per affermare il proprio
posto nel mondo) ci sembra inevitabilmente barocco, patinato,
rococò. I valori maschili contro cui le riot-grrrls si
scaglia(va)no sono valori in cui in una buona maggioranza dei casi
nemmeno i maschi riescono a riconoscersi più con tanta
confidenza. Valga, se non bastasse l’esperienza diretta
quotidiana, il titolo dell’ultima ricerca di una delle
studiose-culto della prima generazione riot, Susan Faludi:
Bastonàti, galleria di ritratti maschili "accomunati dalla
sensazione di aver tutti perduto qualcosa".Rimane il valore della
"solidarietà tra donne" e della "battaglia sulla
differenza": arnesi della prosopopea teorica anni Settanta riportati ad
un senso "contemporaneo" nella prima metà degli anni Novanta
in mano ad un paio di illuminati progetti lo-fi pensati e gestiti da (e
per) donne. Ma, ancora una volta, per la "Storia" ciò che
è rimasto di quella stagione è un vago ricordo,
la trasformista Courtney Love e la soporifera Skin degli Skunk Anansie.
Se Thelma & Louise raccontava una sconfitta travestita da
martirio (o un martirio travestito da vittoria) per la liberazione
femminile, non è che la stagione riot abbia fatto una fine
migliore. Ciò che vince è il vuoto, come nella
grande metafora millenarista del Grande Fratello, come nel film
più (negativamente) riot-grrrl degli ultimi tempi, Baise-Moi
di Virginie Despentes. Persino il punk non è che un lontano
ricordo di gioventù (per le più grandicelle) o un
filmato visto su Nickelodeon in mezzo ai rerun di I Love Lucy e Vita Da
Strega. Qualcosa comunque di distaccato dall’esperienza
quotidiana; qualcosa che ha più a che fare con le marachelle
adolescenziali (vd. il culto diffuso per le Go Go’s) che con
il rimettere in discussione l’esistente. L’ultima
generazione riot dimostra, se ancora non ce ne fossimo accorti, come il
punk delle origini rientri ormai di diritto nella categoria del lounge
e dell’exotica. Puro graffito, puro Nuggets.Si staglia, sullo
sfondo, l’inquietante spettro del rapporto femminile con il
teen-pop alle origini del mondo moderno: un breve flirt, il contentino
romantico un attimo prima che il mondo e la vita mostrino il loro vero
volto, fatto di frustrazione, sogni infranti, violenza domestica e
famiglia da gestire. A ben pensarci, con l’eccezione di
alcune figure collegate al neo-tradizionalismo come Sheryl Crow e
Alanis Morissette, non esiste nel rock una sola voce che racconti
gioiosamente il proprio essere femmina/donna (ma del resto nemmeno
esiste una voce che racconti gioiosamente il proprio essere
maschio/uomo...). Forse i segnali vanno cercati altrove, non nel
riottismo fuori tempo massimo. Nelle strane figure femminili che stanno
uscendo dalla un tempo asessuata (o de-sessuata) scena elettronica:
Leila, Allison Goldfrapp, Annie, l’inquietante cantante dei
belgi Hooverphonic, la comune postfemminista berlinese delle Chicks On
Speed, Peaches e la sua messinscena (da terapia di gruppo!) della
relazione con Gonzales, le tante voci-senza-corpo della house... Bjork
anni fa incantava con un pezzo in cui diceva di essere "violently
happy", violentemente felice. L’altra faccia, letteralmente,
del "crepa e basta" delle Bikini Kill.