LE DONNE NELLA STORIA
1. INTRODUZIONE STORICA
2. IL FEMMINISMO
E' possibile, è corretto e si deve parlare di una storia
delle donne, diversa da quella degli uomini ? Non appartengono, uomini
e donne, alla stessa umanità? Non è assurdo
distinguere, nella storia delle vicende umane, una storia separata
degli appartenenti al sesso femminile da quella degli appartenenti al
sesso maschile ? No, non lo è. La storia ci dice che uomini
e donne … non sono mai stati uguali, ma sono e sono stati
per lo meno diversi . Le vicende hanno avuto ovviamente protagonisti
sia maschili che femminili ma le donne hanno vissuto e vivono la loro
femminilità e il loro essere-donna molto sovente in maniera
non adeguata, per dirla con un eufemismo.
Per quanto possiamo dire di sapere, dal Paleolitico al Neolitico
(25000-6000 a.C.) le comunità umane si assicuravano la
sopravvivenza con attività che andavano dalla caccia alla
pesca fino alla raccolta di frutti e bacche. Gli uomini praticavano
vita nomade, intrattenevano rapporti monogamici e non si riproducevano
con particolare frequenza. In quelle società le donne erano
addette alla riproduzione della specie, all'allevamento dei figli e
anche ad attività di raccolta. Da loro dipendeva la
creazione dei legami materni e parentali : il rapporto economico e
sociale con gli uomini era di parità nel quadro di una
notevole intercambiabilità dei ruoli e di una sostanziale
uguaglianza fra i sessi.
A partire dal 7° millennio a.C., con l'introduzione graduale
dell'agricoltura con aratro e dell'allevamento del bestiame, le
abitudini di vita cambiarono radicalmente : le comunità
divennero stanziali, aumentò il numero dei figli e
mutò radicalmente la divisione del lavoro fra i sessi. Anche
se, come pare probabile, l'agricoltura venne ideata e introdotta dalle
donne, che avevano dimestichezza col mondo vegetale, furono gli uomini
ad assumere il controllo sulla coltivazione, sull'allevamento ed anche
sulla proprietà dei suoli e degli animali. L'osservazione
del comportamento degli animali in cattività
consentì di chiarire il ruolo dei maschi nella riproduzione
e di attribuire ai maschi umani un ruolo primario nella generazione.
Nell'arco di circa tremila anni, con l'Età del Bronzo (4000
a.C.), la donna si trovò ad essere gradualmente emarginata
dalle attività economiche principali e si dedicò
esclusivamente alla procreazione, che divenne più massiccia,
all'allevamento dei figli e al trattamento artigianale dei prodotti
animali secondari e dei vegetali (produzione di formaggi, cibi,
filatura, tessitura ecc.). I ruoli sociali si differenziarono sempre
più marcatamente finché nell'Età del
Ferro (7° sec. a.C.) il processo di instaurazione di una
società saldamente patriarcale si poté
considerare non solo compiuto ma anche radicato culturalmente. Gli
uomini, i maschi prendono nelle loro mani quasi tutti gli aspetti della
vita comunitaria e le donne si avviano ad una lenta emarginazione : una
emarginazione tanto più grave in quanto la
società occidentale, in Grecia, si apprestava a compiere un
grande balzo in avanti con la scoperta del potere della conoscenza, con
la nascita del pensiero filosofico.
Non solo. Per quel che ne sappiamo, il ruolo della donna è
sempre stato di netta subordinazione alle varie forme di
autorità e quasi mai di protagonista o di interprete di uno
o l'altro dei ruoli che dell'autorità sono stati
espressione. In particolare l'esclusione per millenni ,parlando in
generale, delle donne dalla vita politica, dall'istruzione e dalla
creazione artistica ha determinato la contrapposizione fra ruoli
femminili, saperi, tecniche che erano riservati agli uomini. Le donne
erano confinate in quegli ambiti della civiltà materiale dei
popoli in cui si adoperavano tecniche povere, in cui non si
accumulavano ricchezze, in cui non erano in gioco ruoli di prestigio.
Le donne erano indotte alla mera sottomissione all'autorità
in tutte le sue forme : dal re al sacerdote, dal padre allo sposo. La
storia delle donne può essere vista in Occidente (altrove il
cammino si è più volte interrotto o non
è mai cominciato) come la storia della graduale scomparsa
delle barriere frapposte fra le donne e le forme
dell'autorità. Ma ad un processo "parificatore" che ha
portato le donne ad interiorizzare e a mutuare ruoli e competenze
pensate in origine per i maschi, si è , con sempre maggiore
forza, associato un processo "differenziale" che ha condotto le donne a
mettere in gioco concezioni dell'autorità diverse da quelle
tradizionali.
Osservando e studiando i contributi teorici del pensiero femminile,
nella sua storia, sembra di poter individuare, sia pure in modo
discontinuo e latente, l'emergere di un altro concetto di
autorità : un concetto di autorità vincolato a
dei valori e non superiore ad essi. E tali valori sono i valori della
differenza : il pensiero maschile tenderebbe alla rimozione del
dualismo originario(da ciò la tendenza all'unità
ma anche ad una concezione assolutistica della verità)
mentre il pensiero femminile tenderebbe alla sua affermazione o
riconoscimento, sottolineerebbe così gli aspetti variegati e
multiformi della verità, che è complessa e mai
semplicisticamente riducibile ad un solo aspetto o prospettiva. Il
pensiero femminile ci ricorda insomma che non siamo tutti uguali ma al
contrario che siamo tutti diversi, ed è proprio questo il
bello ! Le prospettive presenti ci invitano verso un pensiero che stia
più attento alle diversità, alle differenze, e
non abbia paura delle eventuali discordanze e contraddizioni ma le
riconosca e ne sia arricchito. Da questo punto di vista, stiamo per
assistere ad una svolta epocale nella storia del pensiero umano e,
personalmente, guardo dunque ottimisticamente al futuro dell'avventura
umana.
IL FEMMINISMO
Il Femminismo è stata la prima forma di identità
pubblica che le donne, prima una agguerrita minoranza, poi in gruppi
sempre più estesi, si sono date a partire dalla fine del
1600. Forse non tutti sanno che Venezia, nel Seicento, fu il luogo
sorgivo delle prime e radicali formulazioni dell’idea
femminista. Ovviamente Venezia non era allora una sorta di
“Paradiso delle donne”, però a Venezia
ci fu qualcuna di loro che ebbe i mezzi culturali e morali per produrre
delle idee nuove, per metterle in scritto, per ingaggiare una battaglia
intellettuale. A quell’epoca si accese una accanita disputa
in merito alle capacità e al ruolo sociale delle donne. Il
problema era all’ordine del giorno : le trasformazioni
economiche, sociali e politiche avevano posto le premesse di una
più ampia e consapevole partecipazione delle donne alla vita
politica, artistica e culturale, eppure molte di loro conducevano
ancora una vita grama e mortificante, escluse dai livelli alti
dell’istruzione e da ogni ruolo significativo e consegnate ,
vita natural durante, o al matrimonio o alla clausura.
Alla tesi della inferiorità ontologica (cioè
essenziale) della donna nei confronti dell’uomo, le donne di
cultura opposero l’antitesi della superiorità e
della eccellenza della donna , scrivendo saggi ed opuscoli in cui si
mostrava, con figure esemplari tratte dalla storia e dalla cultura del
passato, come le donne si fossero sempre imposte con eccellenti
risultati in tutti i campi. Ricordiamo qui i nomi di Moderata Fonte,
pseudonimo di Modesta Pozzo (1555-1592), che fu una poetessa la quale
morì prematuramente di parto dando alla luce la sua quarta
figlia. L’opera per cui è ricordata è
Il merito delle donne (postuma, 1600), un dialogo in prosa fra tre
donne : Corinna, Virginia e Cornelia, che parlano liberamente dei
propri problemi e dei propri desideri, in casa di Leonora, giovane
vedova. Corinna è la femminista più accesa, e
suscita l’applauso delle altre recitando un sonetto che dice
:”Libero cuor nel mio petto soggiorna, non servo alcun,
né d’altri son che mia”.Di Lucrezia
Marinelli (n.1571-16.. ), che ritroveremo tra le filosofe : lei
è autrice di un celebre scritto su La nobiltà e
l’eccellenza delle donne co’ difetti et mancamenti
degli uomini (1601). La parte più suggestiva del testo
è quella relativa alle donne protagoniste della storia della
letteratura e del pensiero (da Aspasia a Leonzia , da Hildega
d’Alamagna a Saffo Lesbia ecc.).E per finire, Arcangela
Tarabotti (1604-1652), suora benedettina, che propone la sua idea
“femminista” dall’interno della clausura
e ciò la rende ancora più significativa. Al
moralismo maschile che criticava lo sfarzoso e ingombrante
abbigliamento femminile, Arcangela Tarabotti contrapponeva che la
predica non vale se fatta da uomini che sono primi essi stessi vanesi e
vanitosi, che lesinano sull’abbigliamento delle moglie,
lasciate nel gineceo di casa come schiave e ben vestite solo nei giorni
di festa. Uomini che risparmiano sulle mogli per spendere con le
prostitute.
In un’opera intitolata Difesa delle donne contro Orazio Plata
(1650), accusa di eresia il Plata, traduttore e presentatore di
un’opera in cui si criticavano gli Anabattisti per avere
sostenuto la pari dignità spirituale di uomini e donne. La
T. sostiene che la tesi paritaria non è affatto
anabattistica ma semplicemente cristiana. Ne La semplicità
ingannata (1654) la T. esprime una dura protesta contro la clausura
inflitta alle donne e, in particolare, a quelle che prendevano i voti
in giovane età, senza alcuna vocazione, ma per
volontà paterna.
Bisogna però aspettare storicamente fino alla Rivoluzione
francese (1789) per trovare documenti significativi sulla figura della
donna. In Francia troviamo Olympe de Gouges (pseudonimo di Marie Gouze,
1748-1793), famosa autrice della prima Dichiarazione dei diritti della
donna e della cittadina (Settembre 1791) , che volle dedicare alla
regina Maria Antonietta, da lei considerata una donna oppressa come le
altre. L’intento della Dichiarazione era di rendere
consapevoli le donne dei diritti che venivano loro negati e di
chiederne quindi la reintegrazione affinché anche le donne
divenissero delle cittadine a tutti gli effetti. La donna –
dice la dichiarazione – nasce libera e resta uguale
all’uomo nei diritti(art.1); i diritti naturali sono la
libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto
la resistenza all’oppressione (art. 2);
tutte le cittadine devono essere ammesse ad ogni dignità,
posto e impiego pubblici secondo le loro capacità, e senza
altre distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro
talenti (art.6); la donna deve poter esprimere liberamente i suoi
pensieri e le sue opinioni (art.11) (cfr. il testo completo in de
Martino-Bruzzese, Le filosofe , Liguori editore 1994, pp. 181-183).In
Inghilterra, proprio nello stesso periodo, c’è
Mary Wollstonecraft (1739-1797), autrice di un’opera
intitolata Rivendicazione dei diritti della donna (1792), che intende
collocare le istanze di liberazione e di parità sociale e
politica delle donne nel contesto del più generale programma
illuministico dei diritti dell’uomo. Le donne devono uscire
dalla loro gabbia dorata della
“femminilità”, che è
l’altra faccia della emarginazione e della subordinazione; la
donna deve acquisire l’ideale della ragione, rivolgendosi al
suo stesso sesso; non più amanti seducenti ma mogli
“affettuose e madri razionali”. Le donne devono
coinvolgersi pienamente nel progetto illuminista e riformatore :
istruzione, diritti politici, responsabilità personale,
parità economica, razionalità e virtù,
libertà e felicità, sono questi gli ideali della
W. , che giunge anche a proporre, provocatoriamente, una
“castità” femminile demistificatrice dei
rapporti ambigui con l’uomo. Intelletto e virtù
sono inscindibili : non può darsi vera moralità
se l’intelletto è debole e deprivato (alla donna
si chiede un saldo intelletto su cui fondare la propria
moralità e felicità).
La superstizione (maghe,indovine, astrologia,carte e simili)
è del tutto contraria alla ragionevole religione cristiana.
La frivolezza e il sentimentalismo sono indotti nelle fanciulle dalla
letteratura particolare a loro dedicata, romanzesca e superficiale.
Insomma soprattutto l’ignoranza è la radice della
inferiorità e instabilità psichica delle donne.
La mente femminile è stata relegata dalla tirannide maschile
in un limbo di fatuità a cui le donne, per lo
più, si sono adattate. Ma le donne oggi devono sapere che ai
diritti che esse reclamano corrispondono dei doveri e che la ribellione
contro il dominio maschile deve svolgersi in nome di valori universali,
quali quelli emersi col pensiero moderno. Intelletto, virtù
e libertà sono i tre volti della ragione illuminata che la
W. ha posto come principi del suo pensiero. Il suo fine è la
creazione di una “nuova civiltà” in cui
l’umanità sia virtuosa e felice (cfr.
M.WOLLSTONECRAFT, I diritti della donna , Editori Riuniti 1977).
Anche In Italia, si sappia , ci furono opere simili. Ricordo solo Rosa
Califronia , che nel 1794 pubblicò il libro intitolato Breve
difesa dei diritti delle donne , e Carolina Lattanzi , che nel 1797
leggeva all’Accademia di Pubblica Istruzione di Mantova la
memoria Sulla schiavitù delle donne .
Il vero e proprio femminismo nascerà però solo
nell’Ottocento. L’orizzonte etico-politico del
femminismo ottocentesco è stato quello
dell’egualitarismo fra i sessi e della emancipazione
giuridica ed economica della donna. Nel corso dell’Ottocento
le femministe si sono comunque impegnate, oltre che su obiettivi
specifici, anche su tematiche riguardanti i diritti umani e civili in
senso ampio : le lotte per la libertà di pensiero e di
associazione, per l’abolizione della schiavitù e
della prostituzione, per la pace. Altra cosa da notare è che
il movimento femminista dall’inizio dell’Ottocento
ha convissuto col movimento socialista. Il che però non vuol
dire che si debba identificare femminismo storico e socialismo : anzi,
tra le femministe “borghesi” e le femministe
socialiste si sono create contrapposizioni sempre più
marcate. Ma è indubbio che il movimento socialista ha
costituito un baluardo politico e un elemento di amplificazione delle
tematiche e delle idee specificamente femministe.
Alle origini della rivendicazioni femministe troviamo la figura di Anne
Wheeler (n.1785-18..), che in Inghilterra fece da tramite fra il gruppo
di Saint-Simon in Francia e i primi gruppi di socialisti utopistici
inglesi.
Nella seconda metà dell'Ottocento il segno politico del
femminismo cambiò in seguito ai processi di inurbazione e di
industrializzazione che si svilupparono tanto in Europa quanto negli
Stati Uniti. Non solo donne colte e altolocate ma anche donne del ceto
operaio e piccolo-borghese furono coinvolte dal movimento socialista e
da quello femminista che individuarono finalmente una strategia
specifica per affrontare la "questione femminile".
Negli Stati Uniti ci fu Lucretia Coffin Mott (1793-1880), riformatrice
sociale e predicatrice "quacchera"(=i Quaccheri sono una confessione
religiosa vicina al protestantesimo), impegnata sui temi della
abolizione della schiavitù, del voto alle donne e della pace
nel mondo.
Su tematiche abolizioniste si attivò negli Stati Uniti Susan
Brownell Anthony (1820-1906), la quale fu anche la fondatrice, insieme
a Elisabeth Cady Stanton (1815-1902) [che aveva convocato nel 1848 la
prima assemblea delle donne suffragiste o,scherzosamente,
"suffragette"], del periodico "Revolution" nel 1868. Dal 1881 al 1887
la Anthony, la Stanton e Matilda Gage pubblicarono in sei volumi una
History of Suffrage (Storia del suffragio).
In Inghilterra si formò la "National Society for Woman's
Suffrage", diretta da Lydia Becker , e la "Ladies National association"
di Josephine Butler ,impegnata anche per una regolamentazione se non
abolizione della prostituzione.
Di grande rilievo fu l'azione di Florence Nightingale (1820-1910), che
fondò una scuola per infermiere e si preoccupò
per un trattamento umanitario dei feriti e dei prigionieri di guerra.
Il tema della pace fu al centro del Congresso Internazionale delle
Donne nel 1899 a l'Aja, promosso dalle tedesche Margarethe Selenka e
Bertha von Suttner .
In Francia ricordiamo solo un nome : Hubertine Auclert (1848-1914).
Ella propose nel 1879 un salario per le casalinghe e si fece promotrice
di uno sciopero fiscale delle donne fino alla concessione del diritto
di voto. Nel 1904 fu protagonista di un episodio di cronaca che la rese
ancora più celebre : nel corso di una ennesima
manifestazione femminista, strappò una copia del Codice
Napoleonico, di cui in quei giorni si celebrava l'anniversario, per le
sue inique disposizioni, a detta della Auclert, in materia di diritto
privato.
In Italia vi furono in quel periodo due scrittrici che , unendo
letteratura e coscienza femminile, aprirono la strada ad una
elaborazione intellettuale autonoma delle donne su se stesse e sulla
società che le circondava. Neera ,pseudonimo di Anna Zuccari
Radius (1846-1918), narratrice e saggista di successo (i romanzi
Vecchie catene, La Regaldina, Teresa; i saggi L'amor platonico, Il
secolo galante, Idee di una donna ). E poi Sibilla Aleramo (1876-1960),
il cui vero nome era Rina Faccio Pierangeli, socialista umanitaria e
femminista, che pubblicò nel 1906 il romanzo Una donna.
Dobbiamo però aspettare la metà degli anni '60 di
questo secolo quando nacque il Movimento di liberazione della donna
come espressione delle contraddizioni del ruolo sociale femminile nei
paesi del capitalismo avanzato (Europa e USA) : inserimento economico
ai bassi livelli del sistema, sfruttamento del lavoro domestico, uso
consumistico dell'immagine femminile, educazione repressiva,
estraneità delle donne ai partiti politici tradizionali,
esigenza di nuovi valori.
Nel 1963 apparve negli Stati Uniti un saggio di Betty Friedan , La
mistica della femminilità (trad.it. nelle Edizioni di
Comunità, Milano 1963), in cui sosteneva che nella
società americana si era giunti al punto di massima tensione
fra la realtà della vita femminile e l'immagine della donna
proposta dai mass media e dalla cultura ufficiale. Secondo la Friedan,
a partire dagli anni '40 era stata proposta una "mistica della
femminilità" cioè un modello di vita e
felicità femminile organico e chiuso : amore, figli, marito,
casa, acquisti, vestiti ecc. che finalmente entrava in crisi. Il
welfare , le grandi cucine, la casetta con giardino, il marito
premuroso c'erano ancora, ma le donne americane erano sempre
più insoddisfatte. La Friedan propose allora un nuovo
programma di vita per le donne che demistificasse lavoro domestico,
matrimonio e maternità : le donne dovevano cercare un lavoro
creativo, superare il dilettantismo e puntare alla
professionalità, cercare livelli di istruzione sempre
più alti.
Il dibattito si arricchì nel 1969 con la pubblicazione de La
politica del sesso di Kate Millet (trad.it. Bompiani, Milano 1979). Con
questo libro si inaugurò la tendenza specificamente radicale
del nuovo femminismo, una tendenza sessista e separatista che univa,
alla fine analisi culturale e letteraria, il programma di una
opposizione radicale contro la società, intesa anzitutto
come società maschile e patriarcale. La Millet fece
esplicitamente diventare l'azione del Femminismo una lotta contro un
potere per un altro e diverso potere, per cui il fine del movimento non
era più quello della parità (raggiungibile ormai
attraverso una mediazione giuridica con la lotta per i nostri diritti
come l'aborto ecc .) bensì quello della eccellenza della
donna, della sua superiorità: era un femminismo della
differenza, un femminismo che si qualificava soprattutto come movimento
intellettuale.
In Italia il femminismo radicale è stato rappresentato dal
pensiero di Carla Lonzi (1931-1982),autrice di Manifesto di rivolta
femminile, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale,
mentre una visione più moderata è rappresentata
da Laura Conti (1921-1993) ,che, nel 1981 scrisse un saggio sui
problemi relativi alla "interruzione volontaria della gravidanza" (si
veda Il tormento e lo scudo, Mazzotta, Milano, 1981). Un saggio, quello
della Conti, che dimostra come le battaglie ed i valori del
neo-femminismo debbano essere calati, per farsi valere oggi,
all'interno di molti saperi disciplinari : la mediazione culturale e
normativa diventa sempre più sofisticata e complessa.
Ciò avviene perché la condizione della donna
è stata recepita in maniera diversa negli ordinamenti
giuridici e sociali. Il femminismo radicale è diventato, di
fatto, a partire dagli anni '80, un femminismo della
complessità, un femminismo sistemico. Ma il fatto di essere
diventato un femminismo colto, e per certi versi esoterico, non
è stata la sola trasformazione. Da movimento di massa, da
movimento sociale, è diventato una rete di piccoli gruppi :
questo ha consentito un affinamento della elaborazione teorica ma forse
ha fatto perdere posizioni sul piano politico, mentre i "diritti delle
donne" sono diventati una sorta di luogo comune dell'agenda politica di
tutti i partiti.
BIBLIOGRAFIA MINIMADe MARTINO-BRUZZESE, Le filosofe, Liguori Editore,
Napoli 1994.
ZAMBONI, La filosofia donna, edizioni Demetra 1997.
copyright by Ernesto Riva
per approfondimenti :
http://www.filosofiaedintorni.net/storiadelledonne.htm